Just Breathe

Sono qui a letto che scrivo sbattendo le mie dita contro il vetro di uno schermo, come schiaccio le stesse verso una finestra con una luna rossa in primo piano.
Ma qui la luna è sparita e una leggera aria mi fa compagnia, sospesa tra la nudità di chi è troppo pigra per cambiare il piumone con una coperta più leggera.
Oh, le stagioni passano anche qui.

Respirare. È vero, lo facciamo automaticamente, ma quando ci accorgiamo che stiamo respirando lo stretto necessario, non vi viene di prendere a pieni polmoni tutta l’aria che potete?

Sto facendo così. Controlli per rabbia e stress. Delusioni e pigrizie.

Oggi riflettevo sui secondi spesi e quelli sprecati, della nostra vita. Ci sono attimi che sprechiamo? No, perché ogni cosa è vita. È respiro, anche se noi non ce ne accorgiamo. Come questo atto involontario, che non controlliamo. Ma possiamo decidere se respirare col naso o con la bocca. Col diaframma. Lunghi respiri o brevi. Affanni o tranquilli.

Possiamo solo respirare, come possiamo anche solo fare scorrere i secondi, e poi possiamo decidere.

Decidere ciò che vogliamo.

Con Le conseguenze che arrivano.

Però intanto… Just Breathe. Che la calma non viene da sola.

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Quanto costano i soldi

E mi ritrovo a scrivere con il suono del mio fiato, dei miei sospiri, quelli che hanno nel cuore una bella gatta da pelare.
Che poi non capisco perché si debba pelare.

Sono qui che ascolto il traffico di gente che torna a casa, mentre cani nell’eco della vallata di campagna abbaiano per chissà cosa.

E poi qualcuno passa per l’autostrada. Ta tan – Ta – tan. Fino a scomparire. Questo suono mi faceva rilassare, come anche l’odore tipico del vento di mare misto alla varietà di piante della mia zona. Non sono u ‘esperta, non so cosa sento. So solo che quest insieme, oltre a farmi venire l’allergia, è un odore di casa.

È passata la mia settimana di vacanza in pratica e in questi ultimi giorni devo fare qualcosa che inizia a pesarmi: far finta di partire felice.

Mi dicono che c’è crisi. Che non c’è lavoro. Che faccio bene a stare lì dove sono. Che tanto ho mia zia. Che tanto ho l’appoggio. Mi chiedo, in una sera come questa, se sanno che sto piangendo perché non voglio più ma DEVO.

I soldi non fanno la felicità, ma non si può vivere senza essi. Però, quanto costano i soldi in termini di lacrime e nostalgia?

Ta-tan Ta-tan. Un’altra macchina se ne va. Ed è il caso di dormire.

Winter is…Gone

È stato un lungo inverno, uno di quelli in cui quando lo vedi arrivare ti metti alla finestra, con lo spadone, ed esclami Winter is coming. E non sai quando la neve si scioglierà. È stato un inverno freddo e tiepido, ma soprattutto grigio. Grigio insopportabile, da strappare, da voler disegnare. Cioè se c’è sole alla fine ti senti più in colpa a star male, e se piove ti senti quasi giustificata, ma se è grigio? La giornata te la dovevi inventare. Io ho preferito andare in letargo. Mimetizzarmi col tempo, tant’è che adesso son grigia. Sono indecisa se far piovere o far risplendere il sole.

Il tempo ha deciso per me ed ha scatenato la primavera, con le mie allergie, con i cambiamenti e…la vita che scorre.

Take me out…

Due mo(n)di diversi

L’altro ieri ero seduta a cena con il mio collega brasiliano, e fin qui niente di strano. Abbiamo la stessa età, però lui la vita l’ha vissuta di più. Era lì ad insistere a dirmi che dovevo aprirmi un po’ di più, sessualmente parlando, e non son riuscita a fargli capire che essere più aperta non lo stabiliscono le mie gambe, né se ne parlo o meno, di questo stramaledetto sesso.

Voglio dire, mica mi faccio il primo o la prima che passa. E solo il fatto che io “non scelga” un sesso, è proprio un sintomo della mia apertura mentale, a differenza sua, che gli piacciono solo gli uomini. Insomma, volevo dirgli: sii più aperto tu, caro! Però poi ho pensato che stavo parlando da sola con la mia coscienza.

Infatti era lì a raccontarmi il suo punto di vista, il suo coming out, il suo sentirsi libero, e mai come in quel momento io mi sono sentita così lontana da un mio coetaneo.

A tutti quelli che sentono di aver avuto un’infanzia difficile perché non avevano avuto il loro giocattolo preferito.

A tutti quelli che piangono perché non hanno avuto l’affetto dei propri genitori.

A quelli, come me, che hanno vissuto un’infanzia normale e discreta in confronto ai nostri amichetti con più possibilità di noi, con i corsi di danza e canto e tuttoquellochesifaperrendereunbambinoimpegnato.

Ecco, ad esempio a me sarebbe piaciuto fare qualche corso, però non c’erano le possibilità e amen, va bene così.

Va bene così, perché quando senti che un ragazzo della tua stessa età non aveva le scarpe, non conosce i videogiochi a parte supermario, lavorava all’età di nove anni e manteneva la sua famiglia, ci rimani un po’ di pietra.

Quando ti racconta con le lacrime agli occhi che non aveva mai festeggiato un compleanno e per far sì che qualcuno venisse alla sua festa comprò mesi prima tre pulcini per fare il riso al pollo per quel giorno, ti vengono in mente i tuoi di compleanni, che anche se non c’avevi Barbie sul pisello dorato, c’erano torte atomiche e cibo come se piovesse. E affetto. E non lavoravi.

Riguardo una foto del mio decimo compleanno e penso che siamo solo una mandria di insoddisfatti, finché non entriamo in contatto con chi davvero non aveva nulla, e allora, forse, riusciamo a ridimensionarci, i ricordi acquistano un altro significato, le cose sfumano e si lascia spazio a ciò che conta.

Davanti a quel racconto mi sono emozionata e ho visto il baratro che ci separa. 23 anni vissuti in maniera completamente diversa, in due mo(n)di diversi.

Riguardo la foto del mio decimo compleanno e ricordo che quel giorno pensavo che tutto fosse stato rovinato, che avevo litigato con le mie amichette, che boh. La guardo e penso a quanto sono stata fortunata, a poter sorridere così…ed averne ricordi tangibili, come questa fotografia.

Cupido non ha le frecce

Ma sentite, cosa vi ci deve fare quel poveraccio di Cupido? La freccia, scherziamo? Se Cupido ci tirasse una freccia credo che ce ne accorgeremmo, e invece per la maggior parte delle volte continuiamo ad ignorare, come quando c’hai i primi sintomi dell’influenza, tutti ti dicono “ma guarda che forse ti ammali se non fai nulla” e tu continui imperterrita a fregartene dei pareri altrui e di come ti senti. No, tranquilli, mi è rimasto ancora un millimetro dove far entrare l’aria dal naso, non ho l’influenza; sì, puoi friggerci le uova sulla mia fronte…che dici, non è febbre! È risparmio energetico, buttace la frittata che l’olio è caldo!

Seriamente, se ci fosse o fosse esistito nella credenza popolare un signorotto con le ali e un arco che scagliava frecce random all’umanità, credo proprio che gli antichi l’avrebbero abbattuto e fattoci un arrosto.

Secondo me Cupido c’ha il superliquidator d’estate e d’inverno si arma di coperta calda. Dite quello che volete, ma a me la sensazione di essere perennemente in amore piace; amare è un impegno? Una fregatura? Una perdita di tempo? Una sofferenza garantita? Voi volete dirmi che ascoltare Again di Lenny Kravitz pensando a qualcuno che ci coccola sotto il piumone è qualcosa da non desiderare?

Tralasciando il fatto che con tutte queste domande mi sento un po’ Barbara D’Urso, credo che ci sia un attimo di confusione: amore non significa perdita. Amore non è un impegno. È spontaneità, sorriso interiore, affrontare ogni santo giorno pieno di sfighe e di disastri di routine con la consapevolezza che quando si torna a casa c’è una persona che ti ascolta e da ascoltare.

Quindi, per favore, togliete l’arco e le frecce a quel povero Cupido, al massimo lui vi bussa alla porta e vi dice “ehm, forse sei innamorata”; sta poi a voi prendere la notizia come una freccia alle palle o come un calore inatteso e splendido.

Vorrei essere innamorata di qualcuno come lo sono della voce di Lenny Kravitz in questo momento. Dunque, anche se adesso chiuderò la luce e abbraccerò la mia singletudine, dormo con quella sensazione, sì, quella dell’amore che un giorno mi busserà alla porta con Cupido sulle spalle e mi dirà: “ce lo facciamo un’arrosto da dio dell’amore?”.

http://www.youtube.com/watch?v=e3YXn7ZDgvI

There comes a time to be free of the heart
I wanna be ready, ready to stand up 
On a love journey, got places to go
Made up my mind and I have got to let you know

Heaven help the heart that lets me inside
Heaven help the one who comes in my life
Heaven help the fool that walks through my door
‘Cause I decided right now, I’m ready for love
Oh, I’m ready for love

A funny feeling’s coming over me
Now I’m inspired and open to be jet
In a love place but it’s out of my hands
I’m telling you baby that you’ve got to understand

Heaven help the heart that lets me inside
Heaven help the one who comes in my life
Heaven help the fool that walks through my door
‘Cause I decided right now,
I’m ready for love
Ready for love

I can’t see what’s out there for me
And I know love offers no guarantee
I’ll take a chance and I’m telling you something babe
I got to let you know

Heaven help the heart that lets me inside
Heaven help the one who comes in my life
Heaven help the fool that walks through my door
‘Cause I decided right now, I’m ready for love
Ah, oh, oh, ready for love (oh)
Take a chance, take a chance on love (the heart)
Ah ah, ah ah, ah ah ah, ah ah (the fool)

 

PS. se a bussare alla mia porta, invece, fosse Lenny Kravitz… 

 

Le scale

2013-02-28 17.47.02-1

Io non sono una grandiosa salitrice di scale, voglio dire, ho l’asma, ho l’anima pigra, dunque figuriamoci il corpo. Usiamo le scale come metafora di vita, questa grandiosa scalinata che dobbiamo salire per raggiungere la vetta rappresentata dai nostri obiettivi. Dall’inarrivabile, a volte. Come se la scala fosse chissà quale grandiosa fatica. Parlo io che son pigra così, ma in realtà per i miei 22 anni di vita ho abitato al quarto piano. E lì o le facevi, o rimanevi con la nonna e la sua routine di vita molto più social della mia. Dunque salivo le scale. E le scendevo pure. Rotolavo, inciampavo, ma ci riuscivo; lì nessuno mi batteva: ero una scenditrice di scale professionista, le saltavo, le facevo al buio, bagnate, col sapone, con le bucce di banana a terra, con il cane in mezzo ai piedi.

Poi boh, un piccolo mancamento ha fatto la differenza, ed adesso ho paura. Le salgo con estrema sicurezza -o quasi-, le scendo come se ogni passo fosse un salto nel vuoto.

E quindi per alcuni la metafora della vita è la salita, ma tecnicamente salendo le scale sappiamo a cosa andiamo incontro, avendo una visuale ben definita, sappiamo quanto son grandi i gradini e riusciamo a vederne gli ostacoli. Ok, c’è la fatica, ma non fatichiamo mica a vivere, il cuore e i polmoni fanno tutto da soli.

La vita, secondo me, è una discesa di scale; non sai se dietro c’è qualcuno pronto a spingerti o sorpassarti, non sai cosa c’è al primo pianerottolo e hai sempre paura a fare il passo nel vuoto; perché in salita se non ce la fai rimani in quel gradino, ma la discesa non comporta troppa fatica, bensì la paura: e se metto il piede male e finisco a terra?

Fortunatamente, la paura non mi impedisce di fare le scale. Ancora. Su, giù, non importa. L’importante è avere paura, sì, e superarla.

Qualcosa che

C’è qualcosa che non si vede
tra le curve spesse di un sorriso grasso
e le sottane strette di una donna perbene
C’è qualcosa che non si vede
in mezzo a tutto il traffico che fa
che da te non ci arriverò mai
c’è qualcosa di invisibile agli occhi
scusa piccolo principe
non è l’essenziale
sapere cosa nascondi
tra le pieghe di un pensiero ed un altro
instancabile lavori, tra scartoffie di momenti
che tornano indietro e li lasci andare
come una routine stanca da (e)seguire
c’è qualcosa che non si vede,
e non riesco a scriverne
C’è qualcosa che non so
tra le curve strette di un sorriso amaro
tra un silenzio troppo grande da esser vero.