Odore di (Not)te

C’è che c’è la notte affacciata alla mia finestra, il buio bussa e sembra quasi voglia dirmi di spegnere la luce, come un vecchio amante, disturbato dai miei sprazzi di vita. Dovrei dormirla, la notte, ma ci si culla con una buona canzone e con dei pensieri, che a volte sembrano pesanti, alle volte assumono il tono neutro e caldo delle luci notturne. Quelle arancioni, per intenderci.

Si guarda alla finestra con speranza, spero domani non piova, spero domani diluvi così posso stare sotto le coperte, spero che domani il parcheggio sia libero, spero che domani mi svegli un raggio di sole.

E così faccio anche stanotte: si dice che siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma l’aria è diversa… ricordo con piacere il forte profumo di campagna misto alla brezza marina della mia terra, ricordo con piacere anche la puzza della discarica di una terra che mi ha lasciato dei bei ricordi, e poi mi piace perdermi nel ricordo di me che, affacciata al terrazzino di quella città tanto amata quanto odiata dalla sottoscritta, facevo i progetti del giorno, mentre il cielo era rosso, le luci accese, i vicini litigavano e gli studenti del palazzo vicino giravano per casa smutandati a prendere l’acqua in frigo…e si sentiva quel profumo residuo dell’olio delle rosticcerie sotto casa.

Adesso vedo il buio, osservo i pini che osservano le vaste vallate dove sono situati con fierezza, loro non sanno cos’è il mare, quello blu, ma loro ne fanno uno…solo di colore diverso.

E quando il tramonto colora il cielo dei suoi colori più forti, si sente l’odore di una terra fredda, pulita, aria non vissuta.

Una persona mi diceva che gli odori sono formidabili, perché portano con se i ricordi delle sensazioni e non delle azioni.

Sagge parole. Forse ho un po’ di te, e forse sei tu la notte che bussa alla mia finestra. Ma è una lastra di vetro che ci divide, o ci unisce?

Io comunque porto il tuo odore.

 

Attraversare la Strada

C’è una cosa che i palermitani devono imparare a fare se vogliono sopravvivere alla città, e non è riconoscere chi fa le arancine buone affinché ci si risparmi dei turbinii di stomaco (Adriana, sto pensando alla nostra dolce giornata da pit-stop bagno), o meglio, non solo quello; nemmeno insultare a dovere, perché quella è una tekne che si impara dopo almeno il primo anno di residenza effettiva. No, chiunque voglia vivere e camminare sulle proprie gambe per il mondo senza fermare il proprio percorso nella capitale siciliana, deve imparare ad attraversare la strada.

No, non è come nelle altre città italiane.

Io, cresciuta in un paesello della provincia di Messina, che ne potevo sapere? Mi ritrovo catapultata in questa realtà dove i palermitani al volante si sentono tutti nel periodo della Formula 1 dove rimanevi col cuore in gola sperando che Schumaker superasse la sua nemesi Hakkinen. Per loro, è domenica ogni giorno, per loro Palermo è l’autodromo di Monza con gli ostacoli. Da evitare, sicuramente, ma se li prendono e li mettono giù, n’è mica un problema, guadagnano punti.

I miei ricordi da universitaria mi obbligano a farvi partecipi del momento di totale sconforto che ho avuto nel raggiungere l’Università degli Studi. Vi allego una foto di repertorio:

Sembra semplice, ma non lo è. Nessuna macchina si fermava, e se si fermava, sopra le strisce, dovevi scansarla, stando attenta però a qualche motorino contromano, biciclette, autobus, motociclisti, cani randagi e piccioni che ti sfidano, del tipo ehy, ciao, io so volare e tu no.

Ho pianto, signori, ebbene sì, perché non riuscivo ad attraversare e non volevo morire il primo giorno di lezione. Sapete cosa? Non è così importante questa lezione, anzi, sai che ti dico? Ritorno a casa, a fare la casalinga, vado a fare la tronista a Uomini e Donne, la velina, il tendone del circo, la mantenuta, l’astronauta, ma non mi serve la laurea. Ciao! Dicevo tra me e me mentre cercavo un modo per attraversare. Poi ho capito: per attraversare a Palermo devi semplicemente crederti un camion. Tu sei più forte, hai la precedenza e nessuna banale quattro ruote potrà rubarti l’asfalto.

Poi vabbè, ti trasferisci in Germania e vedi le strisce pedonali, ben disegnate sul terreno ben asfaltato, annunciate da grossi segnali stradali, illuminati, che irradiano le strisce di luce nelle ore notturne. E tipo, metti la punta del piedino, come se fossi Ulyana Lopaktina che si appresta ad eseguire La Morte del Cigno:

E i tedeschi, appena vedono che stai per pensare di attraversare, si fermano due metri prima. E tu potresti fare la tua coreografia in santa pace, perché loro aspetterebbero pazienti, senza suonare il clacson.

È una sensazione bellissima che vi consiglio di provare almeno una volta nella vita, davvero. C’è una sensazione di calma e relax nel gesto, che nemmeno una seduta di massaggi.

Poi sono ritornata in patria, dopo cinque mesi di assenza; salgo sull’autobus che mi porterà alla stazione di Palermo e durante il tragitto, una signora in minigonna e tacchi, attraversa di prepotenza sulle strisce (sì, non dovrebbe essere “di prepotenza” se è sulle strisce, ma siamo a Paliemmo) e si sente l’autista esclamare: “ohu, signorì ma ti pari chi tutti stannu a passiari comu a tìa?”, che per i non burundiani suonerebbe come “Cara signora, le sembra per caso ch’io stia qui a non svolgere la mia professione come presumibilmente non sta facendo lei, che passeggia con tanta comodità?”

Faccio l’errore di rispondere e dire “Vabbè, ma era sulle strisce”.

L’autista alza lo sguardo verso lo specchietto retrovisore, per guardarmi dritta negli occhi mentre diceva “Signorina, non è che si può mettere a passiari ca cummurità! Si passa sulle strisce veloci!TA-Ta-TA! Lei come passa sulle strisce??”

Io penso tra me e me se quella donna, che viaggiava ad una velocità abbastanza elevata, doveva che so, volare. E si da il via ad un dibattito acceso sul come attraversare, con quale velocità, passo e addirittura le scarpe consone da indossare per l’atto.

I palermitani, dopotutto, ci tengono a ‘ste cose.

All’altro semaforo, un giovane artista di strada intrattiene, mentre il semaforo segnava il rosso, il pubblico motorizzato, con i birilli. Sì, un giocoliere sulle strisce.

Ho riso pensando a cosa avrebbe detto l’autista, ma credo l’abbia preso come segno divino. Insomma, sulle strisce ognuno ci fa quello che vuole.

Proesia

Prosa intera, prosa distesa tra righe infinite e lunghezze che non smettono di rincorrersi, sembri un ibrido tra la mia – vecchia stampa di poesia, ma tutto si rincorre tra gli spazi del quaderno, che alla fine non c’è, se non in noi. Prosa distesa, ti ho vista in attesa di un gesto che non è arrivato, ho preferito rimare, perché fa rima con amare, l’amore, soffrire…e dire e non dire con mille versi pieni di tutto, forse di niente, perché niente lo era. Prosa piena come la vita che aspetta domani, per svegliarci e sognarci e strapparci di dosso quell’odore del fosso in cui sono stata. Prosa, ormai ti ho presa, non scrivo più col cuore spiaccicato in una legge di mercato che non spiega mai l’amore. Luna piena, luna intera, va a giocare traiettorie che non inseguiremo mai, una volta scritto avrei proprio così. Ma con la prosa potrei dire : luna, faccia quel che le pare! Sei bella, sei nel mio mondo ma solo me non stai a guardare, perciò la prosa sta allo specchio, mi guardo, mi osservo, ritengo, cara poesia, che tu sia stata mia per descrivere i desideri che non ho mai desiderato avere, eppure li ho provati, a volte anche vissuti, ma non voglio più soffrire mai, andando accapo ad ogni verso, ricominciare, come dire : ehy! Mi hai fatto male! Non ti spieghi ma
È già
Finito
Mi spieghi?
Ma cosa?
Non fa
Niente
No?

Prosa o poesia, ho tanto da dire e nascondere mai, non so come finirla e poi
Sai, che le cose non finiscono mai?

Brondo, Vasco Brondi?

Le Luci della Centrale Elettrica.

Non fraintendetemi, adoro lo stream of consciousness, davvero. Ma quando è abusato, è uno stile di scrittura o mancanza di argomenti da musicare?

Immaginatevi da una parte un paroliere normale. Non so, Pasquale Panella. Sì, lui ha creato il verso più nonsense della storia della musica italiana, “magari ti chiamerò trottolino amoroso e du du, da da da, e un gattino annaffiato che miagolerà”, ma è anche l’autore di “quando una gamba atterra, mentre tu sei distesa, hai il peso di tutto quanto resta sulla terra intera, meno te.”.

Ora, pensate al povero Panella, surclassato barbaramente da Vasco Brondi. Brondi apre lo Zanichelli, sente il suono delle parole, le abbina al concetto principale che vuole esprimere, et voilà, le jeux son fait.

Non è per buttare merda su qualcuno. È davvero così.

Bene, per dimostrarvi che io non odio Vasco Brondi, ecco il mio testo usando la sua tecnica.

L’ho intitolato EssenSalami, perché tutti, chi prima o chi dopo, ci siamo ritrovati prodotti surgelati e metti da parte, al freddo e al gelo in attesa di essere scaldati 5 minuti al forno e poi mangiati.

 

ESSENSALAMI

Le morti stanche

la maglietta nera

una rosa blu sulla pelle tua

mi ricordi Londra

snob e bionda,

con un filo di follia

dicono di te,

pare che sei in freezer

con l’eyeliner

per andare a Maybelline New York

o forse a L’oreal

A mangiare Pizza Salami

A mangiare Pizza Salami

E ti ricordi quando

il ghiaccio scioglieva

il tuo congelatore

e nel forno crescevano

venditori ambulanti

di origano

e uno e due e tre e quattro

cinque minuti, solo cinque

e vedrai che delle panatine

ti innamorerai

Ma io persa di te

di casa e di thè

delle cinque vorrei

prendere all’inglese

con il ditino all’insù

quando tornerai

sarai una pizza salami

una pizza salami

E cinquecento mila lire

non bastano più

per vivere in noi

e mangiare una pizza salami

al banco frigo

al reparto del pesce

dove c’è il ghiaccio

però, non c’è spazio

eugenio è desiderato

alla cassa quattro

alla cassa, quattro

pizze salami comprerò

e di te mai più mi scorderò

nò.

O(h)ne

All this time, I’ve been

a wi(n)dow, sitting against the wall

I’ve looked up in the sky

down above trees

through a caress

and a whisper

through moon’s shadow in the night.

Ho Mangiato la Mia Ragazza

No, non sono cannibale, non ancora, comunque. Stavo ascoltando questa canzone postata da un amico sul “social network del quale non farò il nome”; La Sintesi, questo gruppo sconosciuto, questa canzone sconosciuta, eppure con molte verità. La morbosità del rapporto, è amore o cannibalismo? Io voto la seconda.

Lascio a voi le riflessioni.

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