Non Mi Sento Pronta

“No amore, non mi sento pronta”.

Questa frase, riflettiamoci. Una persona che legge questo periodo estrapolato dal contesto base nella quale la troviamo, potrebbe farvi pensare ad una coppia che si lancia nel vuoto, che fa bungee-jumping, che… parla di bambini, che affronta l’argomento “cena dai miei, cena dai tuoi”.

Ma no, questa frase viene usata dalla maggior parte delle donne per chiudere il proprio partner (occasionale o meno) nella frustrazione; non sono pronta a fare l’amore. Capiamoci, è difficile per una donna aprire le gambe e affrontare il gusto agrodolce del piacere (sto pensando in questo momento che mia madre legge questo blog e mi dedico due minuti di vergogna tra queste parentesi, n.d.A.), ma è altrettanto difficile accettare una frase del genere “no amore, non mi sento pronta, perché tu un giorno amerai qualcun’altra”.

COSA SIGNIFICA?

Se è il tuo partner al quale stai rivolgendo questa frase, evidentemente non credi nella qualità e quantità del suo amore.

Anche se fosse così, perché è normale che le cose si trasformino, vadano avanti, che magari tu domani ti innamori del barbone sotto casa tua o viceversa… che senso ha?

Una mia amica, sapete, una di quelle scialbe donnicciuole con la teoria del “Vergine Forever” (per carità, scelte di vita), andando contro natura, ossia uccidendo i propri istinti da animala MA vestendosi con quella gonnellina un po’ così che ti fa intravedere il tanga di pizzo nero-rosso che quando accavalla le gambe le intravedi la patonza perfettamente pulita di ogni pelo superfluo, roba da far impallidire anche il silk-epil, e magari quella maglietta con la scollatura a V, ma che dico, a doppiavù che ti offre la visione in 3d dei capezzoloni turgidi, aveva questo ragazzo che vedendo tutto sto gran popò di donna non poteva commentare nulla in maniera volgare o inopportuna.

Un “minchia, che sei gnocca” e manona sulla chiappa, avrebbe meritato una serata al limite tra Profondo Rosso e Hanno Ucciso L’Uomo Ragno in loop per 5 ore. Sei volgare, sei inopportuno, ti sembra modo di trattare la tua ragazza? No ma ti sembra modo di vestirti? Se non vuoi che ti si facciano determinati commenti, non metterti le minigonne inguinali, se professi la teoria del Vergine Fino al Matrimonio, non ti fare le foto con lo sguardo languido, accavallata alla ringhiera con sfondo il mare della sicilia e un tramonto rosso fuoco e poi la pubblichi su facebook e TI LAMENTI che la gente ti scrive certe cose… Ci credo!

Tra l’altro, difendere la verginità fisica a tutti i costi, lo trovo alquanto strano; un’altra mia amica diceva, giustamente “scusa, ma perché non è troppo presto per dire ‘ti amo’ ad una persona e invece dopo 3 anni che state assieme è troppo presto per fare l’amore? Dovrebbe essere il contrario!”

E aveva ragione, secondo me. Amare presuppone qualcosa che va oltre l’atto fisico o meglio, in questo caso, “ti amo” vorrebbe poter dire nella maggior parte delle coppie dove questa formula viene detta quasi per stipulare il fattore stiamo insieme più che un vero e proprio reale sentimento: mi fido ti te, sono nuda davanti ha te, mi hai completamente, voglio il bene per te, voglio essere il tuo bene. E quindi se ami una persona, come puoi dire “amore, non mi sento pronta perché dopo non mi amerai?”.

A Cristina, l’avresti apprezzato.

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Come si Fa L’amore Worldwide?

Visto che l’ora me lo permette, perché sono in terza serata e non ci dovrebbero essere bambini alla lettura, mi chiedevo una cosa stupida: ma come si fa l’amore in altre lingue?

Sì, intendo in tutt’e due i modi: immaginate di essere una persona italiana che si trova per forza di cose a letto con uno straniero. Non ci vuole molta immaginazione effettivamente, dato che probabilmente chi mi legge è italiano. Ma ci sono delle frasi che a letto vanno dette, gemiti che vanno fatti, se io andassi a letto con un portoghese, probabilmente ansimerebbe il mio nome togliendomi una doppia e facendomi sentire tanto un prodotto per il deretano, in quel momento probabilmente non me ne fregherebbe una ceppa, ma forse ad una che si chiama Ermenegilda che si trova a fare l’amore con un tedesco, voglio dire. Non che lo spelling sia tutto nella vita, specialmente a letto dove a farla da padrone è il body-language, ma da fissata con le parole, mi immagino in questa situazione tipo. Non lo so, incontro un russo in Kazakistan e per capirci parliamo in inglese, e già che nelle nostre lingue madri abbiamo un misunderstanding altissimo dato dall’incomunicabilità dell’essere umano, immaginiamoci in un’altra lingua, dove comunque, per quanta padronanza possiamo avere, non è come “essere a casa”, non riesci a volte a comunicare l’esatta sfumatura perché determinati suoni o determinati modi di dire, costruzioni della frase, esistono solo nella tua lingua. E vabbè, comunque, tu ti innamori di questo russo in Kazakistan e vi ritrovate a gemere in inglese, roba che ti senti Ilona Staller a sussurrare “oh yeah baby”. Potresti sussurrare “sì gioia, spaccami tutta”, ma non ti capirebbe, anche se in quel momento, magari, ti andava di dire quella cosa con quell’intonazione, con quelle parole.

Ma poi vi immaginate fare una dichiarazione d’amore in una lingua non tua? Io non so, ma sono sicura che quando parliamo altre lingue siamo soggetti alle regole impostaci da quella cultura che non è la nostra, perciò personalmente mi sento un po’ ingabbiata a dover esprimere i miei sentimenti in una lingua diversa, a volte fatico anche con i pensieri.

Però poi penso a quante persone non mi capiscono ma mi sorridono, così come faccio io: alla fine è solo una questione di body language, alla fine si può anche fare a meno di parlare in situazioni dove non è strettamente necessario scambiarsi informazioni di servizio.

Però io l’amore lo voglio fare all’italiana.

Teorema di Twitter

Secondo le statistiche di non so quale conta-statistiche su Twitter, è ormai un anno, 9 mesi e centuordici milioni di secondi che navigo le pagine del social network/micro blogging/non sa manco lui come chiamarse.

Ebbene, la popolazione che ho incontrato è così composta

  • Vip che ti sveglia con la sua foto del buongiorno. Della serie cazzo ce frega, ecco un altro episodio.
  • Fangirl/fanboy, con l’aspetto del solito, immancabile, puntuale come un orologio svizzero con ascendente tedesco, personaggio preferito nella pic del profilo, che non smette di aggiornarci sulla vita del suddetto, delle vicende del personaggio, della serie, per non nominare l’imperdibile account di Tumblr sincronizzato con twitter, un elemento bomba, da “Signore, quando intendo liberaci dal male, intendo tutti i mali, grazie. Ah, amen.”
Ma mi voglio soffermare su loro, un attimo, o forse anche più, the winner is la categoria delle
  • Twitstar. Quelle persone che sostanzialmente non hanno nulla di interessante da dire, ma lo dicono, quasi per fare gli indie, come se fare la pipì fosse alternativo, voglio dire, chi non la fa c’ha un problema, ma non voglio essere razzista, intendo che c’ha un problema serio, s’add’a curà, come direbbero i miei amici napoletani (a ben ricordare, non ho più amici napoletani). Però loro, sì, loro, con la presunzione della sopracitata pipì che ti sorprende costringendoti ad alzarti nel momento in cui adagi il tuo regal didietro per passare una folle notte d’amore con Morfeo, scrivono i tweet più banali e vengono anche retwittati. Esempio “Comunque io mi vado a mettere il pigiama, cià.”

Notiamo come in questa semplice frase non ci sia NULLA di interessante e/o originale, nemmeno una lode alla sintesi, perché, come i twitter user sanno, a volte far entrare pensieri altamente complessi in 140 caratteri è roba da letterati, da maestri della sintesi, nemmeno quando alle medie riuscì a sintetizzare le 50 pagine de “L’Amico Ritrovato” in una riga (L’amico muore.) mi son sentita così impotente davanti al magico lavoro che si deve fare per avere il tweet perfetto.

Comunque, tornando alle nostre twitstar. Queste twittano, twittano, solitamente c’hanno la foto fatta con instagram con il filtro seppia-romantica-notturno-solitario-un-po’-sfocato-che-fa-trés-chic di una parte del corpo a piacere MA che non sia il pacchio , il pacco, il sedere o la scollatura, poiché non sarebbe politically correct, insomma sarebbe dapocodibuono, ciò che loro non sono. Ecco, allora, diciamo, la sintassi di un tweet da twitstar, ossia quello che ti fa guadagnare un casino di retweet è la seguente:

Locuzioni random ad inizio tweet in modo da iniziare in medias res che ti mettono di fronte ad un fatto compiuto del quale, voglio essere buona, nell’ottanta percento dei casi, voglio dire, ma chi te se n’cula (romano burino docet):

Comunque io volevo dire che oggi ho mangiato come una porca a colazione.

È che fondamentalmente il mare è blu e qui tu non ci sei più.

Insomma mi volete dire che la Clerici stavolta ha azzeccato la nota alta del Gran Soleil.

Però volevo dirvi che fondamentalmente mi fate cagare, insomma, però vi amo.

Ecco, quest ultimo rappresenta un chiaro esempio di bipolarismo-da-Twitter da non sottovalutare. Catullo predicava il suo odi et amo, ma  non avrebbe mai e poi  mai pensato potesse essere utilizzato così dai nuovi mass-media.

E poi ci sono quelli che fanno lunghi monologhi, senza interagire, roba da dirgli ma se vuoi parlare da solo, c’è wordpress.com, e disabilita i commenti già che ci sei.

No, perché in realtà a loro gliè piace essere commentati, non piace mischiarsi con la plebe, la massa, o forse si scorderebbero ciò che di figo hanno da dire, come quegli attori che pronunciano discorsoni che rimangono nella storia del cinema e rimangono così impressi nella mente della gente che il giorno dopo la visione del film ci trovi già trentamila links con la foto di Vin Diesel su Facebook, e quello che poi dietro le quinte sanno dire, sono un insieme di you know per riempire il discorso tra un respiro e un altro.

Insomma: cazzo ve la tirate?

E poi, sì, poi ci sono gli utenti normali di Twitter, che devono sintetizzare la bio in 160 caratteri, e voglio dire, dire qualcosa di sè con un limite di cose da poter scrivere ti fa sentire come quando, con quei cellulari vecchio-style senza offerte per gli sms gratis dovevi sintetizzare tutto ciò che volevi dire alla tua amichetta del cuore che avresti rivisto solo il giorno dopo a scuola. La sintesi in alcuni casi aiuta.

E vedi sempre queste foto in splendid-style, e attenzione, n’è mica come Feisbuc che c’hai l’ingrandimento e gli album che puoi vedere se realmente sono usciti da uno studio fotografico o sono appena usciti dal parrucchiere, no, su Twitter sono tutti fighi. Per davvero!

Sempre per rientrare nei 160×160 pixel, chi come me ha il problema del peso si sentirà sollevata dal poter esporre solo una parte di sè o una miniatura per farci sembrare un po’ più magre, chi invece figo lo è per grazia divina sceglierà di postare una foto fatta con la webcam a bassa risoluzione con un filtro di piknik, offerto da photobucket, rivale di Photoshop, parente prossimo di una sveltina tra Paint e The Gimp che alla fiera mio padre comprò.

O Instagram. O la foto con la reflex di una parte del corpo, solitamente gli occhi.

E poi lei, la magnifica bio.

“Studente alla Cattolica di Roma, Ateo, Agnostico, Apolitico, Astalavista, Astaminchia”

“Laureato in scienze del part-time, lavoro come webdesigner, gioco a calcetto, faccio volontariato, nel tempo libero scrivo su Repubblica.it, ma solo per hobby.”

Cioè leggi certe bio che al confronto la tua miserabile vita è così miserabile che non arrivi a 160 caratteri, ma solo 7+1 e non è la combinazione vincente del Superenalotto, ma la tipica esclamazione della mia terra, Minchia più punto esclamativo, sostanzialmente Minchia!

E vabbè, e comunque sostanzialmente twitter va bene così.

Voglio Rinascere Napoletana

Io nella prossima vita, se non posso rinascere Norah Jones, vorrei rinascere a Napoli, voglio avere quell’accento e con la giugulare gonfia per lo sforzo causato dal tenere la nota alta nei gargarismi/vocalizzi partenopei del dittongo maggiore UO, fare videoclip nelle case stile anni 80, con l’effetto fade, e avere mia madre guest star nel videoclip, fiera di me, a prendermi il viso tra le mani dicendomi “nun chiagne a mammà, stong semp vicin attè…a strignimi chiù fort nta sti braccia…pur ji, pur ji, na muresse si perdesse a te!”

Quaresima

Ciao caro diario,

sono 43 giorni, qualche ora e troppi secondi in terra straniera. Domani faccio 44 giorni in fila per sei col resto di zero. Sì, perchè staminchia se c’è un resto, non c’è nulla fuorchè il lavoro, un divertimento random, casa, casa di zia, casa di nonna, case varie.

Oggi ho finito la mia quaresima. Nel senso che finalmente dopo giorni di perdizione nel deserto di curry-wurst, fettuccine ai funghi porcini, zuppe di carote e burger king random, ho ritrovato le mie origini da fimmina di casa, insomma, ho portato alla mia bocca di nuovo dopo tanto tempo il ragù. Sarei svenuta dall’emozione, se non fossi nella vita reale e non in un telefilm.

Perché diciamocelo, quando sei all’estero NON ti mancano gli amici, non ti manca l’aria di casa, il panorama, il mare, la montagna, la vicina del secondo piano che urla ai suoi bambini di starsi zitti sennò l’uomo nero li mangia traumatizzandoli a vita, no, a noi mancano le polpette della mamma con il ragù corredato.

In quest’oasi di perdizione, per quaranta e dico e ripeto quaranta giorni, ho, come si suol dire cuddato (ingerito) qualsiasi cosa mi si presentasse davanti, non so più se per fame o per educazione nei confronti di chi mi faceva trovare una pietanza più o meno calda davanti.

A pranzo con i tuoi solevi ascoltare il TG schifandoti delle sempre solite cose trite e ritrite, e Avetrana e Cogne, e Meredith e Berlusconi e Bossi e il culo di Belen e la canalis e Clooney…

…e poi tuo fratello non mangia i piselli e tua madre dice no, manciti sti cazzu di piseddi asinnò pizza na viri mancu co binoculu! Bittu, si cci ccatti a pizza di novu niatri ni sciarriamu ah? e allora passiamo al prossimo servizio sulla scoperta di una nuova cura per le malattie terminali, ecco il servi… e tu, io dicu, a tia, tu chi non fai nenti da matina a sira, sempri davanti a stu compiuter, viri chi tu levu… Mamma, è importante, stanno dicendo delle scoperte della scienza… ah ok… Squilla il cellulare, Cristina, che fai? Nenti staiu manciannu, tutto ok? Sì va apposto… abbassa sta cosa e tu manciti sti cazzu di piseddi! A ma minchia non ni vogghiu piseddi non mi piaciunu, comu ti ll’ha diri chi non mi piaciunu?

Cambi tavolo a 2000km di distanza, con stranieri e speri di non doverti sorbire il solito tormentone, e invece vedi un background silente di problemi ambulanti.

Una giornata tipo, mi ritrovo la carbonara zucchini, il mio collega portoghese con una caraffa di succo arancione che versa questa simil-melma con ghiaccio nel bicchiere mio e dei miei commensali. Buon appetito! Vedo tutti ingerire una forchettata di zucchine, pasta e uovo semi-crudo e il succo…di mango.

Che sminchia di abbinamento è?

Guardano il mio bicchiere immacolato, capisco che è il mio turno, Anna, non potrai mica lasciare questa melma  questo bellissimo succo senza il piacere di essere accostato a cotanta pietanza. Come il chianti con la selvaggina, come un buon bianco con gli scampi…insomma.

Ingoio e sento che gli omini di esplorando il corpo umano prendono possesso del mio organismo dicendo “ou picciò, ma chista ca si vivìu? Ma nisciu fuoddri?” (sì, i miei omini sono palermitani, ma non chiedetemi perché).

E poi, basta parlare di me, basta, c’è un uomo che mi piange accanto: questo è un ragazzo proveniente da Catania con furore, fidanzato da un anno 5 mesi, 3 giorni, 5 ore, due minuti, 3 secondi 14 millesimi di secondo con la sua gombagna , vita della sua vita, fiato e sangue, amore mio, cucciolo ti amu amole mi manchi.

Per lui la vita all’estero è difficile ma non per la mancanza delle polpette della mamma, perché lui si mancia macara i petri (mangiare anche le pietre, trad.), ma per la mancanza della sua unica ragione di vita, o sentimiento, la cruz del sur, la sua futura sposa. E come i novelli Renzo e Lucia, si districano in un mare di problemi, tra la distanza abissale che li sconvolge e le bollette del telefono esorbitanti.

Poi entra una ragazza nel locale, lavora con noi, alta, bionda, occhi del cielo e del mare, la sua entrata è in rallenty con questa canzone, se lo state per chiedere, i capelli mossi dalla leggera brezza della foresta, e il sorriso delle pubblicità dei dentifrici; il sedere sodo da tedesca tutta pacchiu [citazione necessaria], e l’eden che si intravede grazie ai suoi pantaloni bianchi come la purezza della Madonnina del Salento, che non so nemmeno se esiste.

E mentre il pizzaiolo albanese raccoglie la sua bava ed altro liquido vario corporale del quale non specificherò la natura in quanto anche mia madre legge questo blog e non voglio pensi che la sua bambina è una poco di buono, l’esempio vero di virtù del masculo siciliano enamorado de la sua gombagnanon fa una piega. Non la guarda, non cede alle tentazioni amen.

E mentre un tappetino umano di genere maschile si forma davanti a questa perla della foresta nera, ed io ingurgito il mio succo al mango, (anche io in rallenty ma non mi nota nessuno, ndA) lei mi dice “ehy! you look beautiful today!”

INSERIRE FUCKYEAH QUI.

*si soffia le unghie*

Dopo questo momento di auto-glorificazione, ritorniamo al nostro pezzo di carne virtuosa, che dopo l’addio della biondona, si abbandona ad un quesito innocente.

“Ou ma senti ccà…ma Katarina…c’avi u spartipirita??”

Sapete che fine ha fatto il succo di mango che stavo bevendo, dopo quest’uscita.

Lenzuola

Continuo a chiedermi perché questi strani esseri chiamati tedeschi seguendo la cartina politica non abbiano importato assieme alle altre cose, anche le lenzuola.

Cerco un riferimento culturale, una tradizione particolare, una motivazione pratica, non lo so e nemmeno lo sanno, so solo che è così: le lenzuola non esistono.

Mi verrà chiesto che problema hai? Non senti caldo uguale? Beh certo, ed è anche più pratico rifarlo, involtino primavera e via. Ma dov’è l’intimità del letto così?

È come se le lenzuola ci proteggessero, cingessero in abbracci immaginari o meno, tendano a conservare un tepore che il solo piumone non può conservare, protegge le mani di amanti che corrono veloci, aggiungono un altro strato da sollevare in caso d’amore, o con il quale giocarci su avvolgendosi. ll luogo dove le fantasie si costruiscono anche da soli, dove le gambe s’intrecciano fino a sconvolgerti la mattina dopo guardando come le hai combinate, segnale che il sogno è stato un po’ irrequieto. E poi c’è la seta che accarezza la pelle dopo una bella doccia, e magari si vuol dormire nudi.

Immaginate tutto questo con un piumone che per la pesantezza, scivola via dal letto e ti svegli di scatto perché non ci sono loro, immaginate di affondare il viso in un cuscino 80cm x 80, che da un lato potrà anche farti sembrare un pasha, dall’altro alle volte rende un po’ impossibile il sonno, per non parlare poi del fatto che sembrerebbe troppo grande, per un letto che condividi da solo.

Che poi molti tedeschi non hanno nemmeno l’usanza del letto matrimoniale; due letti singoli separati da un comodino, due cuscinoni, due piumoni.

Se ci fossero state le lenzuola, forse avrebbero avuto il desiderio di unirsi sotto una stessa capanna, sotto una stessa coperta, perché in fondo è quello che fanno: uniscono il nostro corpo ad un materasso, i corpi di due amanti, il corpo di una persona stanca al mondo dei sogni.

Le lenzuola rappresentano una cultura del sonno ben più vasta di una semplice praticità di rifare il letto: questo oggetto bistrattato in questa nazione è il simbolo per eccellenza del legame, che poi ci si adagi sul letto da soli o meno non ha importanza.

Le tende dell’intimità, violata dalla loro assenza.

Perché non sono solo pezzi di stoffa.

Ci avete mai fatto caso che in inglese si dice sheet, come foglio?

Neue Starten

Ho avuto tipo mille mondi, mille quaderni da riempire, ma poi capita che la copertina non ti soddisfi più, che nel frattempo ciò che scrivi non ti piace, hai scritto troppo disordinato, hai scarabocchiato troppo, o forse non hai scritto ciò che dovevi, ciò che potevi.

Ho diviso me stessa in un blog comico e in un blog più serio, per dividere le me-me stesse, ora cerco di unirne i pezzi, i miei stili a volte un po’ diversi. Non so se questa si può definire una vera e propria presentazione, però queste righe spiegano una trasformazione, o meglio un trasferimento di idee, di sogni, di avventure e di sventure.

Ho tenuto e terrò solo il mio tumblr dove rebloggo le cose (amo rebloggare le cose più geniali e/o stupide), però per il resto… ricomincio ad unire le parole scomposte che ho sparpagliato un po’ là e un po’ qua.